Storia Canapa a Carrara

Quando la canapa faceva litigare i paesi: storia della canapa tra Lunigiana, Lucca e Massa Carrara

La coltivazione della canapa (Cannabis sativa, varietà da fibra) vanta una lunga tradizione nelle aree della Toscana nord-occidentale e della Liguria orientale, in particolare nelle zone di Massa Carrara, Lunigiana, Luni e Lucca. Queste terre hanno visto per secoli la canapa ricoprire un ruolo fondamentale nell’economia rurale locale, grazie ai suoi molteplici impieghi agricoli, artigianali e protindustriali.

Della pianta di canapa non si butta via niente! Come per il maiale

Fin dal tardo Medioevo la canapa era considerata una risorsa preziosa: un proverbio garfagnino la paragonava al maiale, “non si butta via niente”, poiché ogni parte della pianta trovava uno scopo utile. Questa coltura fibrosa accompagnò la vita contadina per generazioni, fino a conoscere un vero e proprio boom tra Ottocento e prima metà del Novecento, per poi attraversare una fase di drastica decadenza dopo la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, tuttavia, si assiste a una ripresa d’interesse verso la canapicoltura in queste stesse regioni, con iniziative volte a recuperare antiche tecniche e a innovare gli utilizzi di questa pianta dalle mille risorse.

Carro trainato da buoi carico di fasci di canapa, in una scena rurale d’epoca (foto storica)

Origini e diffusione storica

Le prime tracce dell’uso della canapa in Italia risalgono addirittura all’epoca preromana: sono stati rinvenuti semi e fibre di canapa in contesti etruschi e romani, segno che già nell’antichità se ne sfruttavano le fibre resistenti, ad esempio per realizzare cordami destinati anche all’ambito navale e militare.

In epoca medievale la coltivazione e lavorazione della canapa si diffuse ulteriormente, affinando le tecniche di macerazione e filatura. Documenti locali attestano come la canapa fosse talmente importante da generare perfino dispute tra comunità confinanti: lo storico Antonio Nardini riferisce di lotte feroci nel Medioevo tra gli abitanti di Barga e Gallicano (in Valle del Serchio) per regolare le acque del fiume Serchio, indispensabili per creare le vasche di macerazione della canapa.

Tali tensioni perdurarono a lungo e nel 1666 culminarono in un “fattaccio” – uno scontro a colpi d’archibugio tra barghigiani e gallicanesi sulle opposte rive del fiume – scatenato proprio da questioni legate alla canapa e alla deviazione dei corsi d’acqua per i maceri. Questo episodio emblematico dimostra quanto la canapa fosse considerata un bene strategico: controllarne la filiera significava garantirsi corde, tele e altri manufatti essenziali per la vita economica dell’epoca.

Il “fattaccio”, lo scontro a colpi d’archibugio tra barghigiani e gallicanesi sulle opposte rive del fiume

Nel corso dell’età moderna, la coltivazione della canapa continuò a prosperare nelle valli fluviali di queste regioni. In Lunigiana – territorio storico a cavallo tra la provincia di Massa Carrara e l’estremo levante ligure – la canapa era diffusissima e rappresentava un pilastro dell’economia rurale locale fino a tempi recenti. Allo stesso modo, nella lucchesia e nelle aree limitrofe, la pianta trovava condizioni ideali nei terreni fertili lungo i corsi d’acqua: la Valle del Serchio, dalla Garfagnana fino alla Versilia, fu uno dei principali comprensori canapicoli toscani.

Già nel XV secolo le cronache locali registravano la canapa come una voce importante dell’economia contadina garfagnina.
Durante il Rinascimento e l’era delle Repubbliche Marinare, la domanda di fibre di canapa crebbe ulteriormente, sospinta dall’uso nei cantieri navali (per vele, corde e sartiame) e dal florido commercio marittimo. Non a caso, anche nel Levante ligure la canapa si affiancava ad altre colture industriali tradizionali (come il lino e il gelso da seta) già dal Seicento, in centri agricoli come Arcola e la bassa Val di Magra. La presenza di topónimi come Canneto, Canipaia, Canipale, Caniparola, Canevara o Canoara disseminati nei paesi di Lunigiana, Garfagnana e Versilia testimonia ancora oggi la capillarità di questa coltivazione: quasi ogni borgo aveva il suo campo di canapa e la sua vasca di macero dedicata.

Usi tradizionali e filiera della canapa

La canapa era apprezzata per la versatilità dei suoi impieghi tradizionali, che spaziavano dall’agricoltura all’artigianato fino alle prime applicazioni industriali. Di seguito i principali usi della canapa nelle zone di Massa Carrara, Lunigiana, Luni e Lucca, con il loro contesto storico:

  • Fibre tessili per corde e funi: la fibra grezza più grossolana veniva utilizzata per confezionare robusti cordami. Questi trovavano impiego nei lavori agricoli (funi per legare il bestiame, per il trasporto di carichi, per i pozzi) e soprattutto nella marina: i porti tirrenici (da La Spezia a Livorno) richiedevano grandi quantità di corde per navi, vele e reti da pesca. Lo storico Sandro Santini ricorda che un tempo “la canapa serviva per tutto: dalle corde […] agli abiti”, sottolineando come in un’economia rurale basata sul baratto tali prodotti avessero un valore fondamentale.

  • Tessuti e tele per abbigliamento e casa: dalla fibra semifine si tessevano tele rustiche impiegate per sacchi da cereali, teloni e abiti da lavoro, mentre la fibra più pregiata e pettinata serviva a produrre biancheria per la casa (lenzuola, asciugamani) e indumenti. Nelle famiglie contadine della Garfagnana e Lunigiana, la coltivazione di un appezzamento a canapa garantiva stoffa per il corredo domestico e vestiti resistenti, spesso mescolando canapa e lino. La filatura e tessitura avvenivano a livello domestico durante i mesi invernali, completando così un ciclo autosufficiente che sopperiva alla scarsa disponibilità (o alto costo) del cotone importato.

  • Carta e prodotti affini: le pezze di tela di canapa dismessa, insieme ad altri stracci di lino e cotone, costituivano la materia prima per la produzione della carta nei secoli passati. La lucchesia vanta un’antica tradizione cartaria: prima dell’era della cellulosa da legno, i cartai locali impiegavano stracci di fibre vegetali (canapa inclusa) per fabbricare fogli pregiati. Molti celebri testi storici – dalla Bibbia di Gutenberg agli scritti di Victor Hugo – furono stampati su carta di canapa.
    Ancora nell’Ottocento, la robusta fibra canapina era fondamentale per carta da scrittura e navigazione, finché l’avvento della pasta di legno ne ridusse l’utilizzo. Oggi, paradossalmente, si guarda di nuovo alla canapa come risorsa ecologica per l’industria cartaria: in Toscana, ad esempio, si sta sperimentando l’uso della fibra di canapa per produrre carta e cartone sostenibili, sfruttando l’elevata resa in cellulosa della pianta.

  • Sementi, oli e altri usi domestici: sebbene la domanda principale fosse legata alle fibre, anche i semi di canapa trovavano impiego tradizionale. Ricchi di olio, potevano essere spremuti per ottenere olio illuminante (un’alternativa popolare all’olio d’oliva per lampade) e talvolta per uso alimentare o medicinale. Nella cucina contadina locale i semi di canapa venivano talora tostati e consumati come integrazione proteica, oppure impiegati in zuppe e pietanze poverissime nei periodi di carestia. Dalla spremitura a freddo si ricavava un olio alimentare oggi riscoperto per le sue qualità nutritive. Inoltre, i residui legnosi dello stelo (detti canapuli o, in dialetto garfagnino, canapujori) non andavano sprecati: una volta essiccati, venivano usati come combustibile per accendere il fuoco nei camini rurali. Anche in campo artigianale e cosmetico la canapa trovava spazio: l’olio di semi entrava nella preparazione di saponi casalinghi e unguenti, mentre le fibre potevano essere intrecciate per realizzare stuoie, cesti e altri utensili d’uso quotidiano.

Come si evince, la filiera tradizionale della canapa coinvolgeva diverse fasi e figure specializzate.
Si seminava a marzo nel canipaio (termine dialettale per il terreno destinato alla canapa); in estate le piante, alte anche oltre 3 metri, venivano falciate a fine luglio e legate in fasci (mannelli) posti a seccare in campo.
Seguiva poi la delicata operazione della macerazione: i fasci di canapa venivano immersi per circa una settimana in pozze d’acqua naturali o in vasche apposite costruite lungo i fiumi – i cosiddetti maceri – in modo da decomporre i tessuti vegetali e liberare le fibre tessili.

In Lunigiana queste vasche di macerazione erano chiamate canoári in dialetto e ogni frazione ne possedeva almeno una; ancora oggi molti toponimi locali Canoara ricordano quei luoghi.
La macerazione emanava un odore pestilenziale che pervadeva le campagne, tanto da spingere talora le autorità a bandire i maceri in prossimità dei centri abitati. Eppure, nonostante la fatica e il cattivo odore, il giorno in cui si “levava” la canapa dall’acqua diventava quasi una festa comunitaria: contadini, donne e persino bambini si ritrovavano lungo il fiume per estrarre i fasci dal macero, approfittandone per socializzare dopo un anno di lavoro isolato. Si racconta che si sorseggiava vino e si scherzava, e ai più piccoli si regalava un mazzetto di fibra da filare come ricompensa simbolica.

Contadini, donne e persino bambini si ritrovavano lungo il fiume per estrarre i fasci dal macero

Dopo l’essiccazione, si procedeva alla scortecciatura e stigliatura: i fasci essiccati venivano battuti (operazione detta ammaccatura) per staccare la parte legnosa interna, e successivamente passati alla gramola, un attrezzo a leva che frantumava ulteriormente le cortecce residue.
Ciò lasciava solo i filacci di fibra grezza, che venivano poi raffinati con appositi pettini. Qui entrava in scena il canapino, l’artigiano ambulante che girava per i paesi in autunno con i suoi pettini di ferro, incaricato di pettinare la canapa ottenendo fibre di diversa finezza.

Dalla pettinatura si ricavavano infatti tre categorie di filato: quello grossolano per corde e funi, un filato medio adatto a tessere tele da sacco, e il più fine destinato alla tessitura di biancheria e tessuti pregiati. Una volta trasformata in matasse di filo, la canapa era pronta per essere filata (spesso al fuso o al filatoio domestico) e quindi tessuta ai telai a mano presenti in molte case contadine o presso artigiani locali. L’intero ciclo produttivo era dunque svolto in loco, con una sapiente divisione dei compiti tramandata di generazione in generazione.

Periodo di massimo sviluppo

La coltivazione della canapa nelle regioni toscane e liguri raggiunse il suo apice tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
In Italia, i primi decenni del XX secolo consacrarono il nostro Paese come uno dei leader mondiali del settore: agli inizi del Novecento l’Italia era il secondo produttore di canapa al mondo (dopo la Russia), vantando la fibra di migliore qualità e la resa per ettaro più alta in assoluto.
La produzione continuò a crescere durante il Ventennio fascista, complice la politica autarchica che incoraggiava le colture utili strategiche: il picco storico nazionale si registrò nel 1940, anno in cui l’estensione a canapa toccò il massimo (si parlava di circa 90.000 ettari coltivati in Italia).
Ancora nel 1910 si contavano oltre 80.000 ettari investiti a canapa nella penisola, e anche la Toscana nord-occidentale dava il suo buon contributo a queste cifre.

Zone come la valle del Serchio (Garfagnana e Mediavalle lucchese) e le pianure alluvionali litoranee (Versilia, piana di Massacarrara) erano punteggiate di canapai, fornendo materia prima sia per l’autoconsumo locale sia per i mercati.
La Lunigiana, dal canto suo, manteneva vaste superfici a canapa nelle aree di fondovalle: era consuetudine che ogni famiglia contadina seminasse almeno un pezzo di terra a canapa ogni anno, dato il valore polifunzionale di questa coltura.

Un indicatore della prosperità raggiunta dalla filiera è la fitta rete di laboratori artigianali e piccole industrie tessili presenti sul territorio tra Otto e Novecento. Accanto alla filatura domestica, in alcune località sorsero opifici per la lavorazione della canapa (filande, cordifici) che impiegavano manodopera locale e producevano merci destinate anche all’esportazione.
Per esempio, documenti ottocenteschi menzionano la tessitura di tele di canapa a Pontremoli e in altri centri lunigianesi, spesso in combinazione col cotone.

I porti di La Spezia e Livorno fungevano da sbocco per esportare parte della produzione toscana verso altre regioni o all’estero, oppure per rifornire le marine militari e mercantili di cordami e vele.

Negli anni ’30 del Novecento, la centralità della canapa nell’economia italiana era tale che il regime fascista ne celebrava le virtù nei discorsi ufficiali; parallelamente, tuttavia, iniziava a manifestarsi il paradosso di una crescente demonizzazione della Cannabis come sostanza stupefacente (la cosiddetta “canapa indiana”), confondendo in sede legislativa le varietà psicoattive con quelle da fibra (vi ricorda qualcosa successo di recente?).
Questo cortocircuito normativo avrebbe avuto conseguenze nefaste sul settore nei decenni successivi.

Su scala locale, il periodo aureo della canapa può essere collocato tra la fine dell’800 e gli anni ’40 del ’900. Molti anziani nelle campagne di Lucca e Massa Carrara ricordano ancora distese di campi verdi di canapa in estate e l’intenso odore dei maceri lungo i fiumi.

Molti anziani ricordano ancora distese di campi verdi di canapa in estate e l’intenso odore dei maceri

La canapa era talmente radicata nel paesaggio agrario che il suo abbandono repentino, nel dopoguerra, segnò anche la fine di un’epoca e di un intero patrimonio di competenze tradizionali.

Declino e abbandono della coltura

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la coltivazione della canapa subì un tracollo vertiginoso in tutta Italia, e le zone di Lunigiana e Lucchesia non fecero eccezione. Già negli anni ’50 la canapa praticamente sparì dalle campagne toscane, sopraffatta da una serie di fattori economici e sociali avversi.
In primo luogo, la crescente importazione di fibre tessili concorrenti – soprattutto il cotone americano, reso economicamente accessibile dal Piano Marshall – tolse mercato alle ruvide tele di canapa, preferite fino ad allora per biancheria e abiti da lavoro. Il cotone, più morbido e facile da filare industrialmente, divenne la nuova fibra tessile dominante, mentre la canapa soffriva costi di produzione maggiori.
A questa competizione si aggiunse l’avvento delle fibre sintetiche: negli anni ’50 e ’60 materiali come il nylon, il raion (seta artificiale) e il poliestere invasero il mercato offrendo alternative ancora più economiche e versatili. L’invenzione delle fibre artificiali decretò il de profundis per la canapa, una coltura che richiedeva moltissima manodopera e fatiche immani lungo tutto il ciclo produttivo.

Proprio la mancanza di un’adeguata meccanizzazione del processo (a differenza di quanto stava avvenendo in Francia o in altri Paesi europei) fu fatale: in Italia si continuava a lavorare la canapa quasi come nei secoli passati, con tecniche manuali, e ciò rendeva il prodotto finale non più competitivo nell’era industriale.

Un altro colpo decisivo arrivò sul piano normativo e culturale.
A partire dagli anni ’60–’70, la pianta della canapa fu sempre più associata nell’immaginario pubblico alla marijuana e ai suoi effetti stupefacenti. Questa identificazione indebita portò a politiche di proibizionismo che finirono per vietare anche la coltivazione della canapa da fibra. In Italia una legge del 1975 (nota come “legge Cossiga”) mise al bando la cannabis in tutte le sue varietà, cancellando di fatto quel poco che rimaneva della tradizionale canapicoltura nazionale.
Già da quasi trent’anni, comunque, nei campi di Lunigiana e Versilia non si seminava più canapa: l’ultima annata significativa risale al dopoguerra. Simbolicamente, nel comune di Fivizzano (Lunigiana) l’ultima semina avvenne nel 1946; dopodiché per oltre sette decenni questa coltura cadde nell’oblio.

Con il suo abbandono, scomparve un intero mondo fatto di saperi contadini, attrezzi (come gramole e filatoi) lasciati ad arrugginire, e perfino una terminologia dialettale ricca di vocaboli legati alla lavorazione della canapa.

Le conseguenze sociali ed economiche furono rilevanti. Molti piccoli agricoltori persero una fonte integrativa di reddito e di beni utili: dove prima si tessevano in casa lenzuola di canapa, ora bisognava acquistare prodotti industriali; i cordai e canapai dovettero reinventarsi o chiudere.
Alcune comunità rurali subirono un duro colpo anche in termini di identità culturale, poiché la canapa era parte integrante dei cicli festivi e lavorativi annuali. Solo in tempi recenti si è compreso il valore di questo patrimonio perduto, tanto che storici locali e associazioni culturali hanno iniziato a raccogliere testimonianze e materiali d’epoca per non dimenticare “quando la canapa era la vita nelle nostre valli” – come sintetizzato efficacemente da un anziano testimone lunigianese.

La ripresa contemporanea della canapa

Negli ultimi anni si è assistito in Italia a una vera rinascita della canapa industriale, e anche Toscana e Liguria stanno riscoprendo questa antica coltura sotto una luce moderna. Una svolta è avvenuta a livello normativo nel nuovo millennio: l’Unione Europea e lo Stato italiano hanno progressivamente reintrodotto la possibilità di coltivare varietà di Cannabis sativa a basso tenore di THC per usi industriali, riconoscendone i benefici ambientali e le potenzialità economiche.
In Toscana, a partire dal 2016, sono stati avviati progetti pilota e filiere sperimentali per tornare a seminare canapa dopo oltre mezzo secolo.

Nel 2021–2022 Coldiretti segnalava un vero boom: oltre mille ettari coltivati in regione e un “moltiplicarsi di idee innovative nella trasformazione della canapa, pianta dai mille usi”.
Proprio in provincia di Lucca, nel febbraio 2022 è nata la prima filiera corta toscana della canapa, allo scopo di rifornire settori chiave come l’industria cartaria locale (distretto di Capannori), il tessile e la bioedilizia.
Un impianto di lavorazione è stato installato a Migliarino (PI) dall’azienda “Canapafiliera”, in collaborazione con università e istituzioni, per accompagnare le imprese agricole in questo percorso di diversificazione produttiva. Iniziative simili puntano a valorizzare la canapa come coltura rotativa ecologica (capace di rigenerare i terreni e sequestrare CO₂) e come fonte di materiali sostenibili: si va dall’utilizzo del canapulo per eco-mattoni isolanti, alla fibra tessile per abbigliamento “green”, fino all’estrazione di oli e principi attivi per cosmetica e integratori alimentari.

Parallelamente, nelle aree di Lunigiana e Garfagnana è rinato un interesse di tipo storico-culturale verso la canapa, spesso sostenuto da associazioni locali.
In Lunigiana, l’associazione “Terre dei Bianchi e dei Bosi” ha avviato un progetto di “archeologia etnografica” per recuperare la memoria della filiera canapicola tradizionale.

Contadine al lavoro durante la raccolta manuale della canapa, in un campo del secolo scorso

Nel 2022, per la prima volta dopo decenni, un campo di canapa è stato seminato a Fivizzano (MS) proprio a scopo dimostrativo e didattico.
L’anno seguente, nel settembre 2023, si è celebrato a Fivizzano un raccolto storico: 77 anni dopo l’ultima coltivazione, la Lunigiana ha rivisto le sue piante di canapa pronte per essere mietute.

Il giovane agricoltore che ha ospitato la sperimentazione, assistito dai tecnici dell’Università di Pisa, ha coltivato varietà certificate di canapa tessile, testando le rese del territorio e le tecniche migliori.
Si è dovuto quasi ripartire da zero, poiché “si è persa ogni conoscenza relativa all’uso e alla trasformazione” della canapa in queste zone durante l’interruzione di mezzo secolo.
Tuttavia il progetto lunigianese ha uno scopo ben preciso: ricostruire il know-how per coltivare e lavorare la canapa localmente, coinvolgendo la comunità scientifica, e solo in un secondo momento valutare in quali prodotti tradurre questa risorsa (dalla tessitura artigianale alla produzione di olio o altro).

L’entusiasmo attorno a questa iniziativa è palpabile: eventi e conferenze come quella intitolata “I Fili della Memoria” ad Apella (Licciana Nardi) stanno riportando nel dibattito pubblico locale il patrimonio del passato legato alla canapa.
In queste occasioni, gli anziani narrano ai giovani le fasi della lavorazione antica – dalla battitura alla filatura – e storici come Santini ricordano che “la canapa serviva per tutto” nella vita di un tempo.
Tali progetti combinano la riscoperta identitaria con prospettive di sviluppo sostenibile: come sottolineato dalle istituzioni, prodotti come il miele, il castagno (tipici dell’Appennino tosco-emiliano) e la canapa possono oggi costituire un volano per un turismo rurale esperienziale e per nuove nicchie di mercato di qualità.

Anche in Garfagnana si registrano segnali di ritorno alla canapa. Già nel 2017 il comune di Gallicano (LU) seminò simbolicamente un campo di canapa industriale, notando che in quasi ogni paese rimaneva un’area detta Canipale a ricordo delle antiche coltivazioni. Questo “ritorno al passato” fu accolto con curiosità e favore dalla popolazione, e il sindaco dell’epoca evidenziò come l’Italia fosse stata un tempo leader mondiale del settore, auspicando che simili iniziative potessero anche creare opportunità economiche in futuro. Nel frattempo, a livello regionale, la Regione Toscana si è attivata per costituire tavoli di filiera e aggiornare il quadro normativo, in modo da sostenere gli agricoltori interessati alla canapa e scongiurare zone grigie legislative.
Coldiretti Toscana ribadisce l’importanza di “formare le aziende agricole” e di predisporre controlli che assicurino la legalità, valorizzando al contempo una coltura che fa parte della nostra tradizione e che negli anni Quaranta vedeva l’Italia seconda solo alla Russia.

Canapuana Serra
Canapuana è un’azienda che coltiva e produce la canapa nel territorio delle Alpi Apuane, in Toscana

Nella zona apuana sono nati progetti virtuosi che uniscono innovazione, sostenibilità e radici locali.
Un esempio significativo è Canapuana, realtà nata proprio nella provincia di Massa Carrara con l’obiettivo di riportare la coltivazione della canapa nelle terre dove un tempo era protagonista. Canapuana si occupa della produzione artigianale di olio CBD, coltivando varietà legali di Cannabis sativa L. secondo metodi naturali e nel rispetto dell’ambiente.
Attraverso il recupero della canapa come risorsa agricola e terapeutica, Canapuana rappresenta un ponte ideale tra la memoria contadina e le nuove forme di economia rurale sostenibile, radicate nella cultura del territorio.

In conclusione, la storia della canapa nelle terre di Massa Carrara, Lunigiana, Luni e Lucca è un esempio affascinante di come un’antica coltivazione possa attraversare alterne vicende: dalla centralità assoluta nell’economia pre-industriale (al punto da scatenare scontri per l’acqua dei maceri), alla quasi totale scomparsa nel tardo Novecento, fino a una graduale riscoperta nel XXI secolo.

Oggi la canapa torna a germogliare in questi campi carichi di memoria, unendo passato e futuro: da un lato omaggio alle radici culturali contadine – fatte di corde intrecciate a mano, di tele tessute al telaio e di feste del macero – e dall’altro laboratorio di innovazione sostenibile, con filiere corte orientate alla bioeconomia. Il percorso di rinascita è appena iniziato, ma poggia su basi solide: la riscoperta di una “pianta dai mille usi” che per secoli ha vestito, nutrito e aiutato intere comunità locali, e che oggi promette nuove opportunità in armonia con il territorio e la sua storia.

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